Franciscus comes Florius prepositus (da Angelo Fabroni, Francisci et Danielis Floriorum fratrum vitae)

La collaborazione con Francesco Florio

Il rapporto tra Gian Domenico Bertoli e Francesco Florio fu uno dei legami più profondi e duraturi della vita del canonico aquileiese, e intrecciò indissolubilmente la dimensione intellettuale con quella personale e spirituale. 

Il primo incontro risale al gennaio 1731, quando Bertoli annunciava con entusiasmo a Giusto Fontanini la nomina di Florio a canonico teologo di Aquileia: un giovane di venticinque anni dalla vasta erudizione, dai «costumi veramente angelici» e da una singolare modestia. Bertoli strinse immediatamente relazione con lui, e Florio divenne suo amico, confidente e fedele corrispondente per tutto il resto della vita (Giuseppe Cuscito, Le «Antiquità d’Aquileia» di Gian Domenico Bertoli: il primo volume edito, p. 20).

Questa collaborazione si riflette direttamente nell’opera principale di Bertoli, Le antichità d’Aquileja. a cui, appena pubblicata, invio una copia riservata (vedi autografo). Le prime ottanta pagine del volume si presentano, infatti, come una sorta di undici dissertazioni epistolari indirizzate proprio a Florio, in cui i due discutono in particolare dei culti dell’antica Aquileia, integrando dati archeologici, epigrafici e figurativi.

Florio emerge così come il destinatario privilegiato con cui Bertoli elaborava e metteva alla prova le proprie interpretazioni, cercandone il consenso e, a volte, il sostegno, confortato dai suoi «angelici costumi», anche per rispondere alle critiche. È il caso, ad esempio, del suo “arbitrario intervento” nel “far dare sopra alcuna scalpellata” al rilievo lapideo di Tyche e Tychon, prima di inserirlo nella propria raccolta (n. XXIV, p. 33).

Ancora in Florio cercava conforto dopo aver scoperto, nel 1740, l'errore di interpretazione a proposito del vetro con Esculapio e Igea (n. XXXI, p. 53), da lui ritenuto un oggetto antico legato al culto delle due divinità e invece rivelatosi essere un oggetto moderno opera dell'incisore vicentino Valerio Butti. 

Negli anni successivi la corrispondenza continuò intensa e concreta. Nel 1745 era ancora a Florio che Bertoli scriveva entusiasta di aver trovato un'«anticaglia stupenda», nella grava del Tagliamento, di metallo giallo che «è un'antica insegna militare legionaria con un bellissimo monogramma di Cristo nel mezzo di una corona di foglie di vite» (n. DCCCLIX, vol. II). Nel 1748, terminata la copia della seconda raccolta, fu nuovamente Florio il primo destinatario della notizia; e nel 1749 fu tra i primi a cui comunicò di aver preparato «tre dozzine e più di anticaglie aquileiesi» per il terzo tomo.

Alla dimensione scientifica si affiancava quella intima e spirituale. Florio era infatti il confidente a cui Bertoli descriveva piccoli episodi della vita quotidiana - come la "parussola" che un giorno aveva beccato la testa del ritratto di Giusto Fontanini sul muro - rivelava le proprie invenzioni - come lo «lo stranissimo globo lunare» (vedi Sezione) o ancora i suoi pensieri più intimi, come quando nel 1762, scriveva all'amico «la mancanza di tanti miei amici eruditi e l'abbondanza dei miei anni m'hanno fatto abbandonar alquanto l'erudizione per attenermi più alla devozione». Parole che rivelano come Florio fosse divenuto il suo interlocutore forse più vicino, come conferma anche il ruolo importante che Bertoli intendeva assegnargli per il destino dei due manoscritti delle Antichità d’Aquileia (vedi Sezione).