Pagine di titolo dei volumi manoscritti II e III

Dopo Bertoli: i manoscritti inediti delle «Antichità»

Gian Domenico Bertoli continuò il suo lavoro di schedatura anche dopo la pubblicazione del volume delle Antichità arrivando a predisporre due Tomi di aggiunte, per un totale di 1192 schede di monumenti:
- Tomo II delle Antichità d'Aquileja composto dal Canonico Gian Domenico Bertoli de' Signori de Bribir, Accademico Etrusco di Cortona Colombario di Firenze e della nuova Accademia della Città di Udine. Osservazioni sopra la raccolta delle antichità aquilejesi pubblicata in Venezia l'anno 1739 fatte dall'Autore della medesima. Indici delle deità, delle iscrizioni ed anticaglie, de' nomi, delle cose
- Tomo III delle Antichità di Aquileja composto dal Canonico Gian Domenico Bertoli de' Signori de Bribir, Accademico Etrusco di Cortona Colombario di Firenze e della nuova Accademia della Città di Udine

Sappiamo che il 22 gennaio 1749 Bertoli aveva completato il secondo Tomo e iniziato il terzo. Nel 1753 Francesco Florio aveva sollecitato Bertoli a procedere con la pubblicazione del secondo tomo. Bertoli però, anche tenendo conto delle vicende legate alla soppressione del Patriarcato di Aquileia, aveva fermamente rifiutato dichiarando «il gran disturbo, anzi affanno, che dovei sofferire nel far stampare il primo m’ha fatto scampar la voglia di stampare il secondo, e venirmi quella di lasciar quest’impaccio a chi dopo di me vorrà prenderselo, bramando di passar quel poco che mi resta a vivere più che posso tranquillamente, se gran tranquillità può darsi prima di giungere alla Patria per cui siamo nati» (Giuseppe Vale, Gian Domenico Bertoli fondatore del Museo lapidario di Aquileia, p. 114). 

Ma in realtà l’idea di poter dare alle stampe la continuazione del suo lavoro non l’abbandonò subito. Infatti l’anno seguente propose a Francesco Florio di accettare «il secondo tomo delle Antichità già compiuto ed il terzo cominciato con condizione di non pubblicarli mai vita durante e di fare dopo di me di questi due miei scritti quello che più li sarà di piacere, cioè di pubblicarli o di tenerli sempre soppressi». Florio però rispose che si sentiva onorato dell’offerta ma che pensava fosse meglio parlarne di persona (Giuseppe Vale, Gian Domenico Bertoli fondatore del Museo lapidario di Aquileia, p. 114). E dunque i manoscritti rimasero fra le carte di Gian Domenico Bertoli fino alla morte (23 marzo 1763), quando passarono per disposizione testamentaria al conte Rinaldo de Renaldis.
Rinaldo de Renaldis nacque a San Vito al Tagliamento il 10 marzo 1716 da Lorenzo e Virginia Cristofori di Aviano (appartenente alla famiglia di padre Marco). Studiò sotto la guida di Anton Lazzaro Moro, nel collegio sanvitese del celebre naturalista, dove si appassionò alle lingue, alle ricerche storiche ma anche alle tecniche agronomiche e alla letteratura friulana.

Il 10 aprile 1741 a Biauzzo, Rinaldo sposò Barbara Bertoli, figlia di Lodovico e Paolina dei conti di Valvasone. Al matrimonio fu presente anche Gian Domenico Bertoli, fratello del padre della sposa. Barbara Bertoli ebbe solo un fratello, Bonifacio, che compì con Rinaldo il Grand Tour negli anni 1779-1780. Lo zio Gian Domenico non lo riteneva molto affidabile e manifestava preoccupazione temendo che le sue raccolte archeologiche andassero «a male perché quel solo nipote che aveva si dilettava solo di ballo, cavallerizza e delle mode». Alla fine comunque lo zio lo nominò erede universale.

Ma Bonifacio riconoscendo il legame di affinità culturale molto stretto tra il canonico di Aquileia e il cognato trasferì a Rinaldo de Renaldis la biblioteca e tutti i manoscritti.

Rinaldo, seguendo le indicazioni lasciate dal Bertoli, unificò i contenuti dei due Tomi in un solo volume pronto per la stampa, che però non andò in porto. Il manoscritto fu donato da Rinaldo al conte Girolamo Asquini (come risulta dalla nota manoscritta nel verso del frontespizio) e successivamente giunse ad Antonio Bartolini, che nel 1827 lo donò alla Biblioteca patriarcale di Udine. Risulta che da questo apografo furono ricavate diverse copie, ora disperse in alcune biblioteche.

I due Tomi autografi giunsero invece tramite Francesco Maria Cernazai alla Biblioteca del Seminario di Udine, ora nel Fondo Cernazai. Il materiale era stato ereditato dal padre Giuseppe Carlo Cernazai naturalista e agronomo (Udine 1773 – 1849), e dal fratello Pietro cultore d’arte e raffinato bibliografo (Udine 1804 – 1858).

Grazie all’importante lavoro del Gruppo archeologico aquileiese i due Tomi sono stati pubblicati in edizione facsimilare nel 2002-2003 e ora sono consultabili con maggiore facilità.

Tramite Paolina de Renaldis, figlia di Rinaldo, che sposò il conte Paolo Rota, il materiale bibliografico di Gian Domenico Bertoli si spostò da Palazzo Renaldis a palazzo Altan Rota, sempre a San Vito. Tra esso anche la biblioteca dello zio e l’importante Epistolario in 55 volumi, 9 dei quali furono prelevati e dispersi durante l’occupazione del 1917-1918. Auspice Tita Brusin, i 46 volumi rimanenti furono affidati nel 1946 in deposito al Centro di studi aquileiesi dal senatore Francesco Rota e quindi donati dalla famiglia Rota Badoglio nel 1998 al Museo archeologico di Aquileia.