Il frontespizio delle Antichità d'Aquileja (da Gian Domenico Bertoli, Le antichita' d'Aquileja profane e sacre ...)

Il primo volume edito delle «Antichità»

Gli studi del Vale fanno risalire al 1718 la data conosciuta di inizio della raccolta e stesura del testo di quello che poi diventerà il primo volume de Le antichita' d'Aquileja profane e sacre, per la maggior parte finora inedite, raccolte, disegnate, ed illustrate da Giandomenico Bertoli de' signori di Bribir, canonico d'Aquileja, stampato a Venezia da Giovanni Battista Albrizzi nel 1740, anche se sul frontespizio rimase la data del 1739.

Queste le tappe conosciute della lavorazione. Il 30 maggio 1734 Bertoli inviò due copie delle "anticaglie" all'amico Francesco Florio e al fratello Daniele Antonio a Vienna. Il 26 gennaio 1736 Bertoli informò il Muratori dei motivi che l'avevano portato a compilare l'opera e della sua struttura. Il 2 agosto 1737 i Riformatori dello Studio di Padova dettero licenza di stampa. L'opera fu consegnata all'Albrizzi il 3 settembre 1737. La stampa iniziò nella primavera del 1738 e procedette molto lentamente, anche a causa della mancanza della carta (come scriveva il Muratori il 29 gennaio 1740). L’Albrizzi completò il lavoro il 1° giugno 1740. L'8 luglio Bertoli scrisse all'abate Gian Domenico Guerra che l'opera era in vendita a Lire 32 in Udine presso il libraio Damiani.  Lo stesso giorno spedì da Mereto a Vienna una cassa con venti copie indirizzate al fratello Daniele Antonio e nei giorni seguenti molte altre copie (Giuseppe Vale, Gian Domenico Bertoli fondatore del Museo lapidario di Aquileia, p. 77). Apostolo Zeno scrisse al Bertoli di essere venuto in possesso di una copia il 20 luglio 1740. Giorgio di Polcenigo e Fanna, che aveva già avuto modo di vedere il volume nella Biblioteca personale di Anton Lazzaro Moro a San Vito al Tagliamento, volle incontrare Bertoli ad Aquileia e il 20 settembre 1740 gli scrisse per ringraziarlo dell'ospitalità inviandogli pure un sonetto dedicato all'autore e all'opera (Giorgio di Polcenigo e Fanna, Le lettere, a cura di Alberta Maria Bulfon, pp. 55-57):

Sedea pensosa del Timavo in riva
La real donna già famosa tanto
Con archi, e Mausolei spezzati a canto,
Ch’al Passagier così parlar s’udiva.
Quella i’son, che di Roma al par fioriva,
Cui fu dagli Hunni aperto il petto, e’l manto
Arso, e’l Invito Diadema infranto,
Sì, che fui di spendor, di forze privi.
Al fin pur cessa de’miei pianti il fiume:
Né d’Attila rapimento, o di nemiche
Squadre or, che sorgo quan’il primo lume.
Perché Bertoli mio le dotte, amiche
Mani mi porse, e qual novello Nume
L’onor mi rende, e le sembianze antiche.

Bertoli apprezzò molto e ricambiò la cortesia scrivendogli una lettera da Mereto il 31 novembre 1740 con la quale metteva a disposizione del Polcenigo una copia delle Antichità da ritirare dal libraio Damiani che aveva negozio in Mercato Vecchio (Giorgio di Polcenigo e Fanna, Le lettere, a cura di Alberta Maria Bulfon, pp. 57-58).

Il volume uscì con dedica all’Imperatore Carlo VI, dal quale Bertoli sperava di ricevere la nomina a ispettore o soprintendente "alle anticaglie di Aquileja" (Caterina Furlan, Le Antichità di Aquileia di Gian Domenico Bertoli, p. 90) e al fratello Daniele Antonio.

La data sul frontespizio si spiega con il tentativo di Gian Domenico Bertoli, anche su consiglio dello stesso Lodovico Antonio Muratori, di far uscire il proprio lavoro prima della stampa del primo volume del modenese. L’operazione però fallì, perché il primo dei quattro volumi del Novus thesaurus veterum inscriptionum in praecipuis earumdem collectionibus hactenus praetermissarum uscì proprio nel 1739 dalla Tipografia Palatina di Milano.

L'illustrazione dell’antiporta, raffigurante Minerva che porge aiuto ad Aquileia giacente tra le sue rovine e i suoi reperti storici, fu disegnata dal fratello Daniele Antonio Bertoli e incisa dal veneziano Francesco Zucchi.

L'opera è posseduta da molte biblioteche italiane e straniere. Nell'esemplare consegnato all'Imperatore è presente una seconda tavola calcografica con il ritratto del dedicatario Carlo VI, incisa da Carlo Orsolini su disegno di Fortunato Pasquetti.
Il volume presenta finalini e testate incise su disegni di Giovanni Battista Piazzetta, alcune delle quali probabilmente incise proprio per questa edizione, altre già utilizzate in precedenti edizioni della tipografia Albrizzi. Una testatina era stata incisa da Felicita Sartori, artista di Pordenone formatasi con Rosalba Carriera (Caterina Furlan, Le Antichità di Aquileia di Gian Domenico Bertoli, p. 92).

Nella prefazione Bertoli indicò ai lettori la strada da seguire nella lettura: «dopo le cose de' tempi alti e de' gentili vedrete quelle de' tempi bassi e de' cristiani; cioè primamente la deità, i sacerdoti e i sagrifizi; indi le lapidi sepolcrali dedicate ai dei Mai, le militari ed altre e poi le lucerne ed altre cose appartenenti ai sepolcri con varie altre iscrizioni, bassirilievi e frammenti di cose antiche. Vedrete poi, dopo varie iscrizioni cristiane, quelle che appartengono ai patriarchi d'Aquileia e poi alcune memorie spettanti al battesimo giusta il rito dell'immersione e finalmente alcune altre memorie più recenti». E la gran parte dei monumenti sono accompagnate da noterelle di Gian Domenico Bertoli  «or lunghe, or brevi». Il volume contiene l'edizione di 665 monumenti (perlopiù lapidi) in 444 pagine, precedute dalle dediche, dalla licenza di stampa, dalle correzioni, e seguite dall'indice delle iscrizioni, dei nomi e delle cose.

La copia conservata in Biblioteca Florio riporta la nota manoscritta di mano di Francesco Florio «Florio 1740 - Dono dell'Autore» (vedi l'immagine nella Sezione).