Ritratto di Gian Domenico Bertoli (da Bartolomeo Gamba, Galleria dei letterati ed artisti piu illustri delle provincie Austro-Venete che fiorirono nel secolo XVII)

Profilo biografico e contesto culturale

Gian Domenico Bertoli nacque il 13 marzo 1676 a Mereto di Tomba, in una famiglia nobile e culturalmente attiva. Dopo gli studi presso i padri somaschi intraprese la carriera ecclesiastica: nel 1700 ricevette gli ordini minori e fu scelto coadiutore dello zio Giovanni Daniele Bertoli, canonico di Aquileia.

La sua vita si svolse prevalentemente tra Mereto di Tomba - dove aveva la sua biblioteca di oltre 1100 volumi di argomenti vari - e Aquileia - dove, nella sua residenza di canonico, oggi nota con il nome di Casa Bertoli,  aveva organizzato un vero e proprio spazio di conservazione e di studio, una sorta di museo ante litteram e dove lavorava copiando testi e disegnando reperti (vedi riproduzione di un suo disegno dei resti dell'acquedotto romano).

Operò quindi in un contesto relativamente periferico che se ne limitò l’orizzonte culturale, non ne attenuò la vastità e l'intensità degli interessi eruditi. I suoi unici viaggi di un certo impegno furono una visita nel 1735 al feudo di Bribir in Croazia - concesso al fratello Daniele Antonio dall’imperatore Carlo VI - e il pellegrinaggio a Loreto nel 1742 per il quarantesimo della sua ordinazione sacerdotale.

Fin dai primi decenni del Settecento si dedicò allo studio delle antichità aquileiesi, con particolare attenzione all’epigrafia: facendo suo il motto dell’Ecclesiaste “tempus colligendi lapides”, raccolse iscrizioni, promosse scavi e cominciò la schedatura su tomi manoscritti di tutti i reperti che andavano affiorando. Per tale attività entrò in relazione con importanti eruditi del tempo, tra cui i conterranei Giusto Fontanini e Nicolò Madrisio, il veronese Scipione Maffei, il veneziano Apostolo Zeno, l’inglese Jeremias Milles e il grande erudito modenese Ludovico Antonio Muratori, inserendosi nel più ampio dibattito antiquario italiano e europeo.

La sua opera principale, Le antichità d’Aquileja profane e sacre (Venezia, Giambattista Albrizzi, 1739) (vedi Sezione), rappresenta un lavoro sistematico di catalogazione con ben 665 schede illustrate di iscrizioni, reperti e materiali archeologici, che ebbe ampia risonanza e gli valse l’ammissione a varie accademie (la Colombaria di Firenze nel 1746, l'Etrusca di Cortona nel 1749 e l'Accademia di Udine nel 1758). Continuò per tutta la vita ad ampliare le raccolte e a descrivere nuovi materiali, inserendoli in due volumi che però sono rimasti manoscritti (vedi Sezione).

Accanto a questi studi, Bertoli coltivò molteplici interessi: fino ai suoi ultimi anni suonò il violoncello e uno strumento da lui inventato composto di viola, tromba e chitarra, si dedicò al disegno e alla pittura (affrescando un suo autoritratto nella casa di Mereto), scrisse versi per diletto e si appassionò a quelle che lui chiamava “macchine” e “invenzioni”. Costruì un igrometro, una camera oscura modificata, un mappamondo e persino uno “stranissimo” globo lunare (Gian Carlo Menis, Gian Domenico Bertoli e i volumi indediti delle «Antichità di Aquileia», p. 44). A 65 anni, per poter leggere in originale le opere degli amici archeologi inglesi, imparò da solo la lingua inglese. (Gian Carlo Menis, Gian Domenico Bertoli e i volumi indediti delle «Antichità di Aquileia», p. 47).

Negli ultimi anni, anche a causa di problemi di salute e del declino istituzionale di Aquileia (come la soppressione del patriarcato nel 1751), si allontanò progressivamente dagli studi antiquari, dedicandosi a opere di carattere religioso ed edificante.

Morì a Mereto di Tomba il 21 marzo 1763 a 87 anni.