Se la notte fra l'11 e il 12 ottobre 1797 a Udine, nella biblioteca di palazzo Florio, le trattative per la pace raggiunsero il punto di massima tensione - come esposto nella
Sezione - sei giorni dopo, nella notte tra il 17 e il 18, nella villa Manin di Passariano, fu firmato il trattato. La pace, che avrebbe cancellato la millenaria Repubblica di Venezia, prese il nome dal paese di Campoformido (o Campoformio come scritto nelle antiche mappe), posto a metà strada fra Udine - dove erano presenti gli austriaci - e Passariano, sede dei francesi, perchè le convenzioni diplomatiche richiedevano un "luogo neutro" diverso dalle sedi ufficiali delle due delegazioni. Fu il futuro maresciallo Auguste Marmont, allora primo aiutante di campo di Napoleone, a occuparsi della logistica: scortare i plenipotenziari asburgici fino a Villa Manin, predisporre il tavolo, la penna e - dettaglio per noi qui importante - il calamaio.
Antonio
Mantoani, amministratore dei beni dei Manin e residente a Bertiolo, a pochi
chilometri da Passariano, era tra le pochissime persone che nella notte tra il 17 e il 18 ottobre 1797 assistettero alla firma e ne fu quindi testimone diretto. Alla conclusione portò con sé nella sua casa il calamaio che era servito per l'atto. Si trattava di un
semplice set da scrittura di peltro — un vassoio ovale con bordo rialzato
traforato a motivi geometrici e quattro contenitori per inchiostro, polvere e
penne — corrispondente esattamente all'incisione che ne avrebbe fatto Prosdocimi con didascalie di Emanuele
Cicogna nell'opuscolo
Disegni di monumenti storici veneziani esistenti presso il signore Domenico Zoppetti di Venezia (1847). Nello stesso giorno della firma, Giovanni Ippoliti e Antonio
Mantoani fecero incidere sotto il calamaio una nota che ne attestava il luogo e il tempo: l'oggetto recava insomma la propria storia incisa nel
metallo, anche se all'esame autoptico quella iscrizione oggi non è più visibile.
Il
figlio di Antonio, Jacopo Mantoani — nato nel 1790, dunque bambino di sette
anni al momento della firma — crebbe nella casa di Bertiolo con quel calamaio tenuto come una reliquia domestica. Avvocato, poeta, traduttore, uomo di
cultura nel Friuli della Restaurazione, Jacopo portò con sé per tutta la vita
quella presenza silenziosa che sapeva coniugare il peso della storia con il
calore dell'affetto filiale. Quando nel 1847, quasi cinquant'anni dopo la notte
di Passariano, decise di donarlo al collezionista veneziano Domenico Zoppetti,
ne scrisse in una lettera che è al tempo stesso documento storico e testo
commosso: il calamaio, spiegava, era stato portato dal padre a Bertiolo la sera
stessa del Trattato, e da allora si trovava nella sua famiglia, dove aveva
continuato a prestare il suo ufficio quotidiano.
C’è un sottile legame tra l’incidente di Palazzo Florio e la firma a Villa Manin. A Udine, nella notte dell’11 ottobre, Napoleone spezzò un oggetto caro a Cobenzl — il vassoio donatogli da Caterina di Russia — in un gesto di rottura; pochi giorni dopo, a Passariano, un oggetto d’uso come il calamaio accolse l’inchiostro con cui si conclusero le trattative del Trattato di Campoformio.
Al gesto di distruzione si contrappone così quello della formalizzazione: da un lato un episodio affidato a versioni discordanti, dall’altro un oggetto funzionale che, riconosciuto nel suo valore, è stato conservato e trasmesso nel tempo.
Nel 1849 Zoppetti lo lasciò per testamento al Museo Correr di Venezia, dove fu conservato come prova dell'annessione della Serenissima all'impero ausburgico. Passò quindi al museo del Risorgimento, ma poi, dopo la chiusura di questo nel 1997, fu quasi dimenticato, finchè due ricercatori - Vieri Dei Rossi e Alberto Pavan - nel 2025 lo hanno individuato, restituendolo alla sua piena dimensione storica e simbolica.
Quel calamaio che Napoleone non ruppe - al contrario del vassoio del Cobenzl - aspetta ora un restauro e si spera, una collocazione permanente a Villa Manin, da cui proviene e dove quella notte d'ottobre, almeno per Venezia, tutto finì.